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mercoledì 25 giugno 2014

REPERTO MESSICANO

Reperto Ufficiale Governo Messicano: Rilasciati nel 2012 dopo quasi un secolo d occultamento mediatico


giovedì 29 maggio 2014

LO ZEP TEPI - Quando in Egitto governavano gli DEI

Lo Zep Tepi - Quando in Egitto governavano gli "Dei"

Con periodo predinastico dell’Egitto si intende la fase precedente alla formazione dello stato unitario egiziano. La fase comincia nel neolitico antico e arriva fino a circa il 3060 a.C.; il paese è suddiviso nei due regni del Basso Egitto e Alto Egitto. Il predinastico è stato preceduto dal Neolitico Badariano (4400 a.C. – 3900 a.C.) e da altre culture nilotiche tra quali la cultura di Nabta Playa, la Cultura tasiana, la Cultura Faiyum e la Cultura di Merimde. Si ritiene che le capitali fossero Pe, nel delta del Nilo (Basso Egitto) e Nekhen, presso Edfu, (Alto Egitto). Poco si conosce sui sovrani di questo periodo; la Pietra di Palermo riporta, anche se molto frammentariamente, i nomi di sette sovrani del Basso Egitto senza però citare alcun fatto ad essi collegato.

Ka-Hor fa fabbricare quella che oggi è nota come “Pietra di Palermo”: una lastra di diorite della quale rimane un frammento conservato appunto nel museo di Palermo. Ivi egli fa incidere i nomi dei suoi antenati, che si sono ritagliati un dominio attorno all’attuale Abido, i nomi delle loro madri (perchè in epoca predinastica il potere era tramandato per via matriarcale) ed il livello raggiunto anno per anno dalle piene del Nilo, onde poter affermare che il dio Nilo ascolta le sue preghiere ed invia raccolti sempre più ubertosi. Tra questi antenati, dopo un re senza nome, si leggono i nomi di Ny-Hor, Hat-Hor , Pe-Hor, Hedj-Hor e di suo padre Iry-Hor (la cosiddetta “dinastia zero”, ultima fase del Predinastico); Hat-Hor diverrà poi, nel Pantheon egizio, la dea Hathor. Anche di Ka-Hor rimarrà un ricordo indelebile nella mitologia egiziana, perchè dopo di lui “Ka” diverrà sinonimo in Egitto del principio vitale stesso, cioè dell’anima dell’uomo, siccome egli aveva proclamato di possedere “la vita immortale”. 

Manetone (sacerdote di Eliopoli del III secolo a.C.) fa iniziare la sua mitologica storia predinastica dell’Egitto nel 30544 a.C., con la dinastia degli dèi, che dura complessivamente 13.900 anni, e di cui Osiride è il quinto sovrano. Curiosamente, anche Giove è il quinto signore dell’Olimpo. Segue la dinastia dei semidei, che dura 1255 anni. Segue una prima stirpe di re umani, che regna per 1817 anni. Altri trenta re, regnano complessivamente 1790 anni. Poi altri dieci re regnano sulla sola Tebe per 350 anni. Infine, per 5813 anni, abbiamo l’ultimo periodo predinastico, quello degli “Spiriti dei defunti” (o “Spiriti della morte”) che il Papiro di Torino chiama “Spiriti che furono seguaci di Horo” o “I seguaci di Horo”.

Dell’Alto Egitto conosciamo due nomi di re: il primo viene usualmente identificato con Ka mentre il secondo è indicato con il geroglifico che indica lo scorpione. Secondo alcuni studiosi, però, la lettura del nome Ka è scorretta e alcuni ritengono di dover identificare i due sovrani in una sola persona.


Il Re Scorpione è il primo sovrano egizio di cui siano noti alcuni fatti storici, grazie al ritrovamento di alcuni frammenti di una mazza in calcare decorata con scene della sua vita. Probabilmente cercò, e forse non fu il primo, di conquistare il Basso Egitto. Si ritiene, comunemente, che l’impresa riuscì al suo successore Narmer, di cui è famosa una tavoletta di ardesia per trucco, che reca incise scene che mostrano il sovrano cingere le due corone del Basso ed Alto Egitto. Alcuni studiosi però ritengono che Narmer e il Re Scorpione siano lo stesso personaggio. Il re Scorpione appartiene al periodo predinastico recente definito anche dinastia zero.


Sotto di lui prende forma l’Egitto faraonico.


Il Diluvio universale: La stirpe degli Dèi


Il Re Scorpione però non si accontenta di questa impresa: dopo aver fondato effettivamente l’impero egizio unitario, egli asserisce di aver sognato suo padre Ka-Hor, custode della Vita nell’Oltretomba, raffigurata come una colomba bianca appollaiata sotto una grande mano di pietra nera, la Mano del Destino che guida ogni azione umana. Ka-Hor gli avrebbe comandato di partire alla conquista del mondo e di unificare tutte le genti sotto il governo della propria mazza. Così, dopo aver lasciato il Gran Visir Sehen a governare il regno, nel 3163 a.C. con un numeroso esercito fatto di giovani che lo idolatrano e gli sono fedeli fino alla morte, varca i confini del Sinai e conquista la Palestina e la Siria. Giunto sull’Eufrate, si allea con i semiti antenati degli Accadi e con il loro re Humbaba, di corporatura colossale; con loro invade la Mesopotamia sconfiggendo le nascenti città sumeriche.


Questo provocherà tra i Sumeri il ricordo di una potenza ostile proveniente dall’occidente, ed Humbaba verrà ricordato come il mostro custode delle montagne della Siria e dei cedri del Libano. Skr-Hor ed Humbaba radono al suolo la più eminente tra le città sumeriche, Shuruppak, che ha opposto loro una strenua resistenza, nonostante il sapiente Ut-Napishtim consigliasse di venire a patti con i re d’occidente per salvare la città. Accusato di tradimento, Ut-Napishtim è incarcerato con tutta la sua famiglia, ma il Re Scorpione lo libera ed ordina che sia l’unico ad essere risparmiato dal generale eccidio della città, che conterà 10.000 morti. 


Il sapiente, che asserisce di aver dato ascolto ai vaticini inviatigli da Ea, dio dell’aria, ma che è semplicemente dotato di grande pragmatismo politico, diventa astrologo di corte del re, e dagli egiziani viene chiamato semplicemente Ut; la sua vicenda genera la leggenda dell’unico uomo salvatosi dalla distruzione di Shuruppak, e più tardi dell’unico sopravvissuto al Grande Diluvio (ne resta traccia nel Poema di Gilgamesh).
Il racconto del diluvio universale è presente nella tradizione egizia tanto quanto in quella di ogni altra civiltà; e tale conoscenza non può per questo essere confutata semplicemente dal fatto che l’Egitto non sia stato colpito da questa catastrofe. Ritornando al passo precedente del Timeo di Platone è infatti opportuno riportare l’ultimo frammento:


“Allora dunque gli abitanti delle montagne e dei luoghi alti e aridi muoiono più di quelli che dimorano presso i fiumi e il mare. E il Nilo, com’è nostro salvatore nelle altre cose, così dilagando ci salva allora da questa calamità. Quando invece gli dei, purificando la terra con le acque, l’inondano, i bifolchi e i pastori, che abitano i monti, si salvano, ma gli abitanti delle vostre città sono trasportati dai fiumi nel mare. Ora in questa regione né allora né mai l’acqua scorre dalle alture sui campi, ma al contrario suole scaturire dalla terra. Così dunque per queste cagioni si dice che qui si sono serbate le più antiche memorie, ma in verità in tutti i luoghi, dove né il freddo immoderato né il caldo l’impedisce, sempre v’è quando più e quando meno la stirpe umana.”
I sacerdoti di Sais sono perfettamente al corrente di quanto accaduto nelle altre regioni, e in modo particolare in Grecia; conoscono il racconto di Deucalione e Pirra, ma sostengono che esso appartiene a un’epoca relativamente recente della storia.


Tale diluvio, secondo i registri e gli annali conservati nei templi delle città sacre, non ha seriamente coinvolto quella terra: l’Egitto è stato salvato non solo dal Nilo (al pari di una divinità, forse tra tutte la più importante nella vita pratica e quotidiana di quelle popolazioni), che lo dirige con regolare alternanza delle piene e delle magre, ma anche e soprattutto dalla particolare e favorevole posizione geografica del territorio (“dove né il freddo immoderato né il caldo l’impedisce”).
Per questa ragione l’Egitto rappresenta la vera culla della civiltà, dato che la sua storia in realtà è molto – ma molto – più antica di quanto si possa immaginare (“ qui si sono serbate le più antiche memorie ”). Ma allora, quanto più antica? Di quanto erano più anziani gli Egizi rispetto ai fanciulli Greci e a tutte le altre razze?


Un sacerdote di Eliopoli del III secolo a.C., tale Manetone, redasse una esauriente ed approfondita storia dell’Egitto che purtroppo non ci è giunta in forma completa, pur avendo continuato a circolare fino al IX (Nono) secolo d.C.: infatti alcuni dei papiri di cui era costituita vennero utilizzati in epoche successive da autori e cronisti ebrei e cristiani. Una versione armena della Chronica di Eusebio di Cesarea ci informa di aver attinto dalla storia dell’Egitto di Manetone, che era composta di tre libri e che trattava “degli dei, dei semidei, degli spiriti dei morti e dei re mortali che governarono l’Egitto”. Eusebio cita la cosiddetta “enneade” di Eliopoli, la stirpe dei primi nove Dei che governarono l’Egitto nello “Zep Tepi” (il favoloso Primo Tempo, simile in tutto e per tutto all’Età dell’Oro di altre tradizioni).
Secondo Manetone gli Dei mantennero il potere sovrano, trasmettendolo l’uno all’altro, per 13.900 anni; poi regnarono i Semidei per 1.255 anni; in seguito si alternarono ulteriori discendenze di re, rispettivamente per :


- 1.817,
- 1.790,
- 350 anni;


quindi vi fu il regno degli spiriti dei morti per 5.813 anni; solo al termine di quest’ultimo periodo comincia la discendenza dinastica (Menes, faraone della I dinastia e unificatore dei due regni dell’Alto e Basso Egitto, nel 3.100 a.C.).


Stando dunque a questa apparentemente folle cronologia, partendo dalla scadenza comunemente accettata (salvo inevitabili divergenze) del 3.100 a.C., come reale inizio non solo della storia dell’Egitto ma dell’intera civiltà dell’uomo, risaliremmo alle seguenti date:


8.913 a.C. (fine dell’epoca dei dieci re ed inizio del regno degli spiriti dei morti);
9.263 a.C. (fine dell’epoca dei trenta re ed inizio del regno dei dieci re);
11.053 a.C. (fine dell’epoca dei primi re non divini e inizio del regno dei trenta re);
12.870 a.C. (fine del regno dei Semidei e inizio del regno dei primi re non divini);
14.125 a.C. (fine del regno degli Dei e inizio del regno dei Semidei);
28.025 a.C. (Zep Tepi e inizio del regno degli Dei).


La somma delle date di transizione precedentemente citate dal racconto di Manetone dà un totale di ben 24.925 anni di “preistoria” egizia: 13.900 + 1.255 + 1.817 + 1.790 +350 + 5.813 = 28.025 – 3.100 = 24.925


All’inizio del Regno Antico esistevano numerosi miti della creazione che implicavano il sole, e siccome si erano sviluppati diversi centri religiosi in altrettante città, le caste sacerdotali di questi centri cercarono di aumentare il loro potere e il loro status sviluppando le rispettive teologie per collocare il loro dio come creatore del mondo.


Tutte queste numerosi tradizioni non sono affatto troppo dissimili tra loro, differenziandosi più che altro per certi dettagli e per la composizione del pantheon da loro venerato. È un po’ in piccola scala quello che su grande scala avviene di fatto tra le culture di tutte le popolazioni antiche e moderne del mondo intero.


Per quanto riguarda l’analisi della mitologia presente in Egitto, in ogni caso non possiamo non avere come principale punto di riferimento la teologia ai tempi professata dai sacerdoti della città di Eliopoli.


La tradizione comune parla di un inizio, un tempo in cui in Egitto non esisteva alcuna terra e tutto era oscurità; queste tenebre erano un illimitato oceano informe, un brodo primordiale nero e apparentemente inerte chiamato Nun. Da questa enorme distesa d’acqua emerse il dio sole (Atum/Ra) manifestatosi come un grande uovo splendente.


Sembra però più attendibile la versione che Ra sia un appellativo tardo, o forse addirittura la figura di un dio successivo, pur essendo ugualmente identificato col sole. In ogni caso viene associato alla figura di Atum, forse più legittimamente come una delle sue manifestazioni: “Io sono Khepera all’alba, Ra a mezzogiorno, Tem alla sera”, nel suo tragitto attraverso la volta celeste (notare l’analogia con la nostra concezione di Trinità, di Dio Uno e Trino).


Questo dio era estremamente potente, poteva assumere qualsiasi tipo di forma e aveva il dono di creare tutte le cose soltanto nominandole: battezzò Shu e furono i venti, Tefnut e cadde la pioggia, Geb e nacque la terra, Nut e apparve l’arcata del cielo, Hapi e prese a scorrere il grande fiume Nilo che portò la ricchezza dei suoi frutti. Il capostipite nominò tutte le cose della natura ed esse crebbero; finché non chiamò l’umanità e l’Egitto si popolò (ricordate il nostro : ”Dio disse ….e…..fu”).


Andando ad analizzare più profondamente il mito della creazione, ci imbattiamo in due fondamentali elementi della storia dell’Antico Egitto. Il primo, come già annunciato, è Eliopoli (il toponimo è quello greco, ma il termine egizio originale è Innw, da cui deriva quello più moderno di On).


Eliopoli era il più grande e antico centro religioso dell’Egitto, la cui casta sacerdotale era in possesso di tutte le conoscenze umane, riuscendo a ordinare i numerosi miti e raccogliendo anche il tutto nei testi esoterici e negli annali.


Il secondo è rappresentato dai cosiddetti Testi delle Piramidi, rinvenuti ormai due secoli fa all’interno delle piramidi di Saqqara (in particolare quella del faraone Unas della V dinastia). In base a questo ‘testo’ Atum emerse da Nun come una collina primordiale, la prima terra comparsa in mezzo a tutto quel nulla (quindi, un’isola vera e propria); e i sacerdoti la identificavano proprio con il luogo dove sorgeva il loro tempio, come afferma la formula 600 dei Testi delle Piramidi:


“O Atum! Quando giungesti ad esistere emergesti come un’Alta Collina,
scintillasti come Pietra Benben nel Tempio della Fenice in Eliopoli.”


La pietra Benben era la collina primordiale manifestata. Qualcuno afferma che fosse il supporto del dio sole e che la pietra originale fosse conservata nell’Hewet-Benben, il Tempio di Benben a Eliopoli.


La sua sommità era ritenuta il punto colpito dai primi raggi del sole al suo sorgere, e deve aver fatto da archetipo alle simili pietre che si ritiene fossero un tempo collocate sulla cima degli obelischi e delle piramidi. (Nacque da tale particolarità l’abitudine di creare siti e monumenti in cui il sole al sorgere di particolari giorni dell’anno, equinozi o solstizi, si manifesta in un modo particolare o provoca spettacolari effetti?)


Ma il Tempio di Benben è spesso anche denominato Tempio della Fenice, o meglio ancora il ‘Tempio di Bennu’: la parola Benben deriverebbe dall’antico termine weben (= ‘sorgere nello splendore’), il che porterebbe più o meno direttamente all’immagine della Fenice, l’uccello mitologico che rinasce dalle sue ceneri.


Il mito greco della Fenice è stato introdotto dallo storico Erodoto, e racconta di un uccello simile a un’aquila che ogni 500 anni trasporta il genitore defunto, racchiuso in un uovo di mirra, dall’Arabia all’Egitto e lo brucia nel tempio del sole.


Tuttavia, anche Erodoto aveva soggiornato a lungo in Egitto, e sempre da dialoghi con i sacerdoti di Eliopoli aveva appreso del mito della Fenice, da loro chiamata Bennu (a differenza dell’omologo greco, identificato con un uccello simile a un’aquila, il Bennu nei Testi delle Piramidi viene raffigurato come una specie di cutrettola gialla e associato anch’esso ad Atum/Ra): questo uccello si era posato sul Benben per lanciare col suo canto il messaggio che l’età degli dei era iniziata; è segnalato anche nel Libro dei Morti come airone grigio, simbolo sia di Ra che di Osiride e appare anche nei riti funerari per assicurare che il morto sarebbe rinato nel mondo sotterraneo.


E’ immediato il collegamento logico derivante dal raffronto tra i termini Benben e Bennu (il piramidio e la creatura): entrambi riportano alla radice semitica bn (indicante il concetto di ‘generazione’) e alla sua forma ripetuta bnbn oppure bnn (‘fluire’, ‘scorrere’, ma anche ‘seme’); e appare evidente anche il rimando a un’immortale iconografia mentale: la simbologia sessuale del fallo (la colonna con il Benben, ‘uccello Bennu’). Atum, d’altra parte, si era generato da solo nel nulla, e sempre da solo, come rivelano i Testi delle Piramidi, aveva generato le divinità Shu e Tefnut.


E non è neppure da ignorare la possibilità che ci sia un reale collegamento tra la pietra del Benben e il Baetylos siriano o la pietra nera venerata nell’Islam, e quindi – per dirlo in parole povere – un particolare rapporto con ‘strani segni’ e presagi piovuti dal cielo.


Ora, per concludere questa sezione e darne un quadro riassuntivo più diretto, vediamo le fasi della creazione nel mito e nella possibile evoluzione storica della natura:


28.025 a.C. circa, Zep Tepi e inizio del regno degli Dei.


Erodoto (Storie, Libro II) apprende che il Primo Tempo egizio fosse un’epoca remotissima, e che da essa ai suoi giorni il sole si sarebbe mosso quattro volte: “in questo periodo di tempo il sole si sviò quattro volte dall’usato suo corso: due volte sarebbe spuntato di là dove ora tramonta; e dove ora sorge, ivi due volte sarebbe tramontato”. I poli hanno ricostituito le calotte glaciali, il livello dei mari cala vistosamente, ‘emergono’ le prime terre (prima sotto forma di semplici isole), il clima non è più insostenibilmente caldo, aumentano gli squarci di nuvole, filtra la luce del giorno, si rivede la volta celeste con i suoi Dei/pianeti.


Nel mezzo di un oceano mondiale (Nun, l’acqua primordiale) sorge un’isola: quest’isola viene associata a una strana catena di simboli: un uccello, che poi diventa seme, e quindi pietra, colonna, piramide. È un’isola nata dal nulla (si è generata da sola), ed essendo identificata nel dio sole Atum, segna un passaggio netto tra una condizione di oscurità e immobilismo (l’impossibilità di osservare il cielo nascosto e il moto dei pianeti e quello apparente delle stelle fisse) e la luce, lo ‘splendore’: Atum generà Shu (dio dell’aria e del vento) e Tefnut (dea della pioggia e dell’umidore, presumibilmente identificata con il serpente uraeus o con l’iris):
Shu, in quanto aria e vento, aiuta la ‘Nave del Giorno’ di Atum/Ra nel suo tragitto da Khepera (alba) a Tem (tramonto); Tefnut è molto spesso descritta come una donna dalla testa di leone e può essere anche associata alla dea Sekhmet, che compare in altre tradizioni come l’esecutore della volontà di Atum di sterminare l’umanità.


Shu e Tefnut (‘figli del dio sole’ oppure ‘occhi del signore del tutto’, prima coppia divina) generano Geb e Nut, la terra e il cielo (questa è l’unica tradizione di un ‘dio’ terra e di una ‘dea’ cielo). Geb quando sorride scatena i terremoti e sul suo corpo fioriscono tutti i doni che possono essere mangiati (le eruzioni vulcaniche forniscono alla terra il calore e i nutrimenti vitali necessari come fondamenti dell’habitat futuro per la vita). Il dio è raffigurato sdraiato sul lato e appoggiato sul gomito saldo. Nut è invece la sua sposa sorella che si erge inarcata sopra di lui, con il suo corpo decorato di stelle. Ella inghiottisce Atum/Ra (Tem) e la ‘Nave della Notte’ viaggia attraverso il suo corpo durante le ore notturne. All’alba lo riporta alla vita in forma di Khepera. Questo potere rigenerativo di Nut, attraverso il percorso morte – sepoltura – rinascita, si trova nel concetto dei sarcofagi (la dea che a braccia aperte accoglie il defunto).


A questo punto Atum si è incarnato in uomo, ha governato per millenni e millenni, è diventato un vecchio sole indebolito nei suoi poteri: per questa sua necessaria mortalità, non viene più venerato dagli uomini che ormai lo scherniscono. Atum allora si infuria e chiama a raccolta i suoi figli e i loro figli (gli altri dei) insieme allo stesso Nun e li avverte che medita vendetta sull’umanità (un Concilio degli Dei del tutto simile a quello presente nell’Odissea). Si giunge alla conclusione di colpire gli uomini con un flagello e la dea Sekhmet/Tefnut sarà l’esecutrice materiale del piano: questa dea, dalla testa di leone e dagli istinti famelici, si reca in Egitto a caccia di uomini da divorare e sangue per nutrirsi, e compie una strage. Quando poi si rende conto di quello che succede e che la dea è ormai incontrollabile, Atum si impietosisce, raduna ancora in assemblea gli Dei e viene deciso così di risparmiare l’umanità sopravvissuta. Vengono chiamati dei messaggeri velocissimi incaricati di recarsi, di notte e in gran segreto, all’isola Elefantina per raccogliere una gran quantità di ocra rossa. Questa viene portata ad Eliopoli e quindi aggiunta e mischiata alle settantamila giare di birra che durante il giorno le dee avevano preparato.


I messaggeri spargono la birra rossa (del tutto simile al sangue) su tutta la terra, inondandola. Al suo risveglio Sekhmet vede tutto quel sangue e comincia a bere… a bere… a bere… e una volta terminata la bevuta non ha più niente da divorare, e comunque è ormai sazia.


Quindi, se ne torna da Ra e i sacerdoti che la venerano per lungo tempo si riuniscono una volta all’anno per bere in suo onore birra rossa, con la speranza di calmare di tanto in tanto la sua sete di sangue .


- Ed ecco il 14.125 a.C. circa, l’inizio del regno dei Semidei (la seconda parte dell’Enneade).


Al termine dell’inondazione (vista sempre come rimedio da una colpa – umana o divina – ed elemento rinnovatore), viene generata una “nuova” umanità, governata dai Semidei (i Nephilim Anunnaki?!), i quattro figli di Geb e Nut: Osiride, Iside, Seth e Nepthys. Osiride e Iside sono fratello e sorella, oltre che coppia divina, e regnano sull’Egitto portando la civilizzazione e riportando (attraverso la loro legge) l’ordine sulla terra. Osiride, in particolare, è il primo re antropomorfo e allo stesso tempo viene considerato il dio della morte e della resurrezione.


Secondo il racconto di Plutarco, egli aveva portato al popolo d’Egitto i doni della civilizzazione, insegnando loro ogni genere di pratiche utili, abolendo il cannibalismo e i sacrifici umani, e dotandoli del primo codice di leggi (Maat). Quindi, terminato il suo compito, egli partì in un viaggio per il mondo per portare questi doni anche alle altre civiltà.


Il mito afferma che:
Durante la sua assenza il fratello Seth tramò contro di lui. Al ritorno di Osiride, Seth e i settantadue fantomatici cospiratori della sua corte lo invitarono a un banchetto dove misero in palio un magnifico forziere di legno e oro a favore di colui che avrebbe potuto distendersi comodamente al suo interno. Gli ospiti non riuscirono a entrare, mentre Osiride vi entrò perfettamente e non fece in tempo ad uscire che i cospiratori lo rinchiusero inchiodandone il coperchio e sigillandolo col piombo fuso. Il corpo fu gettato nel Nilo, ma non sprofondò nel fiume e galleggiò trasportato dalla corrente fino al mare.


(ricordate la storia di Mosè? Anche altri racconti tramandatici nel tempo descrivono un evento del genere, una persona in un “contenitore” trasportato dalle acque).


Iside, con l’aiuto degli sciacalli, partì alla caccia del fratello, e lo ritrovò presso la costa di Byblos. Il forziere si incagliò tra i rami di un tamerice, il quale cominciò a crescere rapidamente ingigantendosi e incorporando Osiride nel cuore del suo tronco. Il re di Byblos decise di abbattere l’albero e di ricavare dalla parte del tronco contenente il forziere una trave di colmo per il suo palazzo. Iside quindi rimosse il corpo del fratello consorte e lo riportò in Egitto per sottoporlo al processo di rinascita.


Secondo un’altra versione, che può anche trattare di un episodio successivo, Osiride venne ucciso a pugnalate da Seth e tagliato in quattordici pezzi che vennero sparsi per tutto l’Egitto. Iside, che non aveva avuto la possibilità di avere un erede dal marito, riunì i pezzi e assistette insieme alla sorella Nephtys alla sua salma con grandi lamentazioni.


Iside, con i suoi poteri magici e l’aiuto della sorella, operò un processo di rigenerazione (attraverso la mummificazione), che fosse sufficiente a entrambi i coniugi per dar vita al loro figlio. Vi fu l’accoppiamento sessuale e fu concepito Horus: Iside assunse la forma di nibbio (ancora il Bennu/Fenice) e si abbassò sul fallo di Osiride per riceverne il seme. Solo allora, l’anima di Osiride poté intraprendere il viaggio astrale che l’avrebbe portato nel cielo come divinità. Iside, che si era rifugiata nelle paludi del delta del Nilo per sfuggire all’ira di Seth, diede alla luce Horus, il quale avrebbe vendicato il padre. Diventato un principe potente, Horus sfidò Seth a duello: durante il combattimento Horus perse un occhio e Seth i testicoli, ma il dio sole risolse la lotta decretando la vittoria di Horus, il quale venne proclamato il primo re nella linea dei faraoni.


- 12.870 a.C. circa, l’inizio della discendenza dei re ‘figli di Horus’ o ‘seguaci di Horus’.


Con Horus vengono identificati tutti i faraoni della linea, in quanto governanti viventi dell’Egitto: quegli stessi regnanti che, defunti, trasmigreranno nel cielo assumendo l’identificazione con Osiride.


Lo schema seguito è figlio (dio incarnato come Horus nel faraone) – Padre (controparte degli inferi e del cielo, anima del faraone) – Figlio (dio incarnato come Horus nel nuovo faraone).


La mummificazione del defunto, che è in attesa di compiere il suo tragitto verso il cielo, consente il temporaneo mantenimento in vita del divino per potersi reincarnare in un nuovo faraone. Shemsu Hor (‘i seguaci di Horus’) è anche un epiteto attribuito alla casta sacerdotale di Eliopoli. Alcune cronache storiche indicano che in qualsiasi momento potevano essere impiegati al servizio del Tempio di Benben anche 12.000 sacerdoti.


Il termine ‘sacerdoti’ però non è appropriato (o è in realtà comunque fuorviante e limitante): in realtà si dà per certo che essi non fossero altro che ‘astronomi’, tanto che l’alto sacerdote veniva chiamato “Capo degli Astronomi”.


- 8913 a.C. circa, la fine dell’epoca della discendenza dei re ‘figli di Horus’ e inizio del regno degli spiriti dei morti.


Di fatto, è un periodo di circa 6.000 anni che potrebbe coincidere con una fase di transizione tra la fine dell’età precedente e l’evoluzione di quella attuale. Il periodo dell’oscurità, degli inferi, del Diluvio Universale.


Come abbiamo potuto constatare la somma di tutto il periodo predinastico e’ di 24.925 mila anni, poco meno di un intero ciclo precessionale ed un po’ meno di quanto riportato dal Papiro di Torino, la cui somma dei regni predinastici e’ di circa 33.000 anni. Manetone in realta’ ha indicato la data del 36.500 a.C. come intera durata della civita’ Egizia, dal ciclo predinastico fino all’inizio della dinastia di Menes. Questo dato e significativamente decisivo nel processo di storicizzazione dell’epoca predinastica, poiche’ la datazione storica del “Primo tempo” e’ stata volutamente trascritta anche fisicamente sul pianeta Terra, sottoforma di monumenti, dai progettisti di Giza. La disposizione di tali monumenti non e’ casuale, come correttamente sostiane Bauval, e non solo per quanto riguarda gli allineamenti astronomici.


In conclusione, non e’ affatto azzardata l’ipotesi che in epoche remote sia esistita una popolazione testimone di epoche perdute, di una civilta’ scomparsa ed altamente evoluta. Ipotizziamo che sia vissuta decine di migliaia di anni fa, molto prima del regno di Menes, una civilta’ composta da esseri che custodivano i segreti piu’ reconditi del sapere e li hanno tramandati edificando monumenti stupefacenti utilizzando i codici ermetici della scienza. E’ davvero cosi difficile immaginare un passato remoto tanto complesso quanto storicamente dirompente?


La risposta e certamente nei monumenti di Giza.





Fonti:

mercoledì 28 maggio 2014

Derinkuyu, l'antica città sotterranea

Derinkuyu, l'antica città sotterranea costruita dagli antichi astronauti per proteggere l’umanità?

Da secoli si raccontano storie di grotte e tunnel nelle profondità della terra, passaggi sotterranei che conducono a regni di demoni e mostri. È possibile che queste leggende nascondano una sorprendente verità? Forse ci sono davvero luoghi misteriosi e inspiegabili sotto i nostri piedi, luoghi le cui origini potrebbero non essere di questo mondo.

























La Cappadocia, nella Turchia orientale, è delimitata al nord dal Mar Nero e a sud dalla catena montuosa del Tauro.

Nel 1963, una semplice ristrutturazione nella città di Derinkuyu porta ad una scoperta straordinaria.
L’apertura della parete di una grotta, rivela un passaggio verso una città sotterranea, antica di migliaia di anni, ad oltre 85 metri di profondità.
Ci sono tredici piani che scendono sottoterra, con pozzi di ventilazione e circa quindicimila bocchette che portano l’aria anche ai livelli più profondi.
Per quanto incredibile, le camere rocciose scoperte potevano contenere circa 20 mila  persone tra uomini, donne e bambini. Ci sono perfino tracce di centri religiosi, magazzini, torchi per il vino e stalle per il bestiame.
Nei livelli sotterranei sono stati trovati sale da pranzo, cucine annerite dalla fuliggine, cantine, botteghe di alimentari, una scuola, numerose saloni e anche un bar.
La città ha beneficiato della presenza di un fiume sotterraneo e pozzi d’acqua. Era una piccola città completamente autosufficiente, che ancora oggi stupisce studiosi e ingegneri.
La costruzione di una città come Derinkuyu sarebbe stata un’impresa per chiunque, anche in tempi moderni e con attrezzature moderne. Pensare che un’opera del genere sia stata realizzata in un’epoca così remota è semplicemte stupefacente, paragonabile solo alle piramidi d’Egitto.
A Derinkuiu, a causa della morbidezza della pietra, bisognava stare molto attenti a fornire abbastanza supporto ai piani superiori con i pilastri, altrimenti ci sarebbero stati crolli catastrofici.
Invece, è sorprendente l’assenza di qualsiasi traccia di collasso grave, quindi dobbiamo supporre che dovessero essere particolarmente abili e conoscessero molto bene il materiale roccioso.
Parliamo di popoli antichissimi, ed è difficile immaginare come possano aver fatto a realizzare un’opera del genere. Forse furono aiutati da qualche altra civiltà?
Ma chi ha costruito questa enorme città sotterranea? E quale motivazione misteriosa li ha spinti a vivere sottoterra? Perchè qualcuno vorrebbe vivere nella profondità di queste strane caverne?
Secondo molti archeologi e studiosi, è probabile che Derinkuyu servisse come rifugio temporaneo durante le invasioni e che sia stata costruita intorno all’800 a.C. dai Frigi, un popolo dell’Età del Bronzo imparentato con i Troiani.
Altri credono che sia stata costruita dagli Ittiti, popolo guerriero menzionato nella Bibbia e che aveva prosperato centinaia di anni prima. Ma è possibile che la città sotterranea sia ancora più antica? Secondo i teorici degli “Antichi Astronauti” lo è, e forse di varie migliaia di anni.

Fonte: http://www.ilnavigatorecurioso.it/

Megalite di 1200 tonnellate ?

Baalbek: La costruzione più antica del mondo.  
Da chi fu costruita? E come?


Il complesso megalitico di Baalbek, in Libano, rappresenta per molti aspetti un vero e proprio enigma architettonico e culturale.
Fu realizzato con l’ausilio di strumentazioni tecnologiche? 
Furono davvero i romani a porre in opera il Trilithion o, invece, continuarono a costruire su una struttura preesistente realizzata da una civiltà sconosciuta?
Le rovine di Baalbek si trovano a circa 90 km da Beirut, Libano, nella valle della Beqa’a, ai piedi delle montagne dell’Antilibano in una valle in cui si originano l’Oronte, a nord, e il Litani, che scorre da sud a ovest. Il sito godeva, soprattutto in epoca romana, di grande importanza tanto che veniva considerato una delle meraviglie del mondo. Ma cosa rende così speciale questo luogo?
Ebbene tralasciando per un momento le implicazioni di ordine religioso, ciò che rende straordinario questo complesso monumentale è la presenza di numerosi megaliti, inseriti nella struttura del tempio di Giove. La maestosità del tempio era tale, che gli imperatori romani arrivarono a percorrere fino a 2.500 chilometri per consultarne l’oracolo e godere dei suoi vaticini.
Il sito di Baalbek pone molti interrogativi e gli studiosi sono divisi tra coloro che considerano l’intero complesso come un prodotto delle maestranze romane, coloro che, invece, ritengono che il podio su cui poggia il tempio di Giove sia di origine fenicia, e infine coloro che lo considerano ancora più antico, forse appartenente alla cosiddetta civiltà megalitica di cui si ritrovano le tracce sparse in tutto il mondo, dall’Egitto al Mesoamerica.
Qualunque sia l’indirizzo d’indagine in tutti e tre i casi rimane insoluta la spiegazione di come sia stato possibile trasportate i megaliti dalla cava fino all’acropoli, sebbene il tragitto non sia molto lungo. Le asperità del terreno e il peso dei blocchi complicavano molto il trasporto, come fu possibile, quindi, mettere in sede gli enormi blocchi in maniera così perfetta che tra loro non si può infilare neanche la lama di un coltello?

IL SITO

Le tradizioni locali che risalgono fino al Medioevo, specificano che il complesso fu costruito durante il regno di re Salomone, sulla base del confronto tra i blocchi megalitici e quelli che presumibilmente furono impiegati per la costruzione del Tempio di Salomone. 
Le fonti arabe, infatti, come Al Idrisi, viaggiatore e geografo arabo vissuto tra il 1099 e il 1166, affermano proprio che “il Grande, (tempio) dalla strabiliante apparenza fu costruito al tempo di re Salomone”. Della stessa convinzione era anche Beniamino di Tudela, (ca. 1160) viaggiatore ebreo, che nel Sefer massa’ot, visitando Baalbek scrisse: “Questa è la città che è menzionata nelle scritture come Baalath, nei pressi del Libano, che Salomone costruì per la figlia del Faraone."
Una versione confermata anche dal patriarca maronita Estfan Doweini, il quale riferisce che “La tradizione ci dice che la fortezza di Baalbek è la costruzione più antica del mondo. 
Caino la costruì nell’anno 133 della creazione, durante una crisi di demenza feroce. Le diede il nome di suo figlio Enoch e la popolò con i giganti che erano stati puniti dal diluvio per la loro iniquità”. Secondo le sacre scritture la cittadella cadde in rovina al tempo del diluvio e fu successivamente ricostruita dai giganti sotto il comando di Nimrod, il grande cacciatore, e re del paese di Sennar (Genesi 10, 32). Altre leggende narrano che Nimrod ribellandosi al suo dio costruì la torre di Babele.

I MEGALITI

Chiunque abbia costruito Baalbek, la prima cosa che stupisce, visitando questo colossale complesso architettonico è la sua estensione e la sua monumentalità, infatti, i tre megaliti che compongono il cosiddetto Trilithion ovvero le “tre pietre”, sono alti come una costruzione di cinque piani. 
Le pietre furono tagliate e trasportate da una cava non molto distante, dove in un momento successivo, fu ritrovato un quarto monolite, la cosiddetta Hajar el Gouble, Pietra del Sole, oppure Hajar el Hibla, o pietra della partoriente, ancora imprigionata nella cava e pronta per essere separata. Le sue dimensioni sono enormi: 21 metri di lunghezza, 10 di altezza e uno spessore di 5 m, il peso stimato è di circa 1.200 tonnellate e si ritiene che venne lasciata in sito in seguito a un errato calcolo delle dimensioni.
Il Tempio di Giove era davvero imponente, le sue colonne erano alte fino a 32 metri, con una larghezza pari a circa 4 metri. Purtroppo, solamente 6 di queste splendide colonne hanno resistito ai secoli. Incredibile è l’imponenza dei blocchi su cui poggia il tempio, che stando alle stime dei ricercatori, attualmente nessun macchinario sarebbe in grado di mettere in opera.
Tutta la sua imponente struttura, infatti, è costituita da blocchi di pietra tra i più pesanti che si possono incontrare al mondo. Nel muro di sudest esiste una fila di nove blocchi di granito dove ciascuno ha un peso di 300 tonnellate, con una dimensione di 10 metri di larghezza per 4 di altezza e 3 di profondità. Nel lato opposto esiste un fila di 6 blocchi aventi le medesime caratteristiche, che fanno da base ai tre giganteschi blocchi del Trilithion.
E' stato chiesto a Bob MacGrain, direttore tecnico della Baldwins Industrial Services, una delle più importanti industrie inglesi, di provare a spostare con i propri macchinari la Pietra del Sole. Ebbene, si pensò di utilizzare una gru, la Gottwald ak912, in grado di lavorare con pesi fino 1.200 tonnellate. Il macchinario, però, risultò inutile al momento del trasporto, in quanto tali gru non possono muoversi durante il carico di un tale peso, dunque, sarebbe stata necessaria una macchina dotata di cingoli.
E’ evidente quanto sia difficoltoso realizzare oggi una simile opera, e certamente di più con l’impiego di strumentazioni non tecnologiche.
La spiegazione risulta molto ardua da individuare. 
Alcuni ricercatori, però, hanno sottolineato che non esisterebbe alcun mistero a Baalbek, in quanto gli enormi blocchi sarebbero stati trasportati utilizzando dei rulli di legno, su cui sarebbero scivolati i megaliti, in un secondo momento sarebbero stati messi in opera con l’ausilio di terrapieni. 
Purtroppo, questa spiegazione rimane priva di logica se pensiamo che per realizzare un simile trasporto, ammettendo che i rulli non si sgretolino sotto il peso, occorrerebbero circa 40.000 uomini per muovere un solo monolite. 
Quindi, il quesito: in che modo, furono poste in sede le enormi pietre, e chi ne fu l’artefice? 
L’attribuzione ai romani è valida per la costruzione del tempio di Giove, ma per quale motivo avrebbero dovuto tagliare e spostare tali megaliti, impiegando uno sforzo straordinario di uomini e di mezzi per spostarli, quando avrebbero potuto tagliare i blocchi in dimensioni minori? In più, una piccola imperfezione verticale nel monolite avrebbe potuto causare più danni strutturali di un’imperfezione distribuita su più blocchi di pietra. Dunque?
A tale proposito nel 1980, lo studioso francese Friederich Ragette, nel suo lavoro intitolato Baalbek, suggerì che l’impiego dei blocchi monolitici rispondeva a una tradizione cananea, secondo la quale i podi dovevano consistere al massimo di tre livelli di pietre, e visto che questo podio era alto 12 metri, significava utilizzare necessariamente i monoliti. Ipotesi molto discutibile. In più sempre Ragette, suggerisce che i romani tagliarono nella cava i blocchi con piccozze di metallo e con l’impiego di una sorta di macchinario da estrazione in grado di lasciare su molti blocchi segni di incisioni circolari larghi fino a 4 metri di raggio. Un enigma nell’enigma, in quanto oltre a dover spiegare in che modo i romani riuscirono a trasportare i blocchi affiora il quesito di che genere di macchinario si trattava in grado di lasciare segni circolari sulla pietra? Forse una sega circolare?
Inoltre, il mistero si complica analizzando la superficie della Grande Corte. 
Lo strato superiore, infatti, presenta un livello di pietra vetrificata, un fenomeno che forse fu provocato dall’esposizione a una sconosciuta fonte di calore, o dall’impiego di trapani o seghe circolari che impiegavo il calore. 
Purtroppo, tra le molte interpretazioni proposte nessuna sembra spiegare in maniera esaustiva né le modalità, né gli strumenti impiegati e tanto meno gli autori di questa monumentale struttura megalitica.


Fonte:  http://www.andrewcollins.com/page/articles/baalbek.htm

WAFFLE ROCK

WAFFLE ROCK: BIZZARRIA GEOLOGICA O RESIDUO DI UNA TECNOLOGIA DI 250 MILIONI DI ANNI FA?

Un gigantesco masso sulla riva occidentale del Jennings Randolph Lake continua a confondere ricercatori e visitatori. L'enigmatica conformazione reticolare impressa sul lato della roccia è una semplice bizzarria geologica, oppure il residuo di una tecnologia antica. Il problema è che il masso risale a 250 milioni di anni fa!
È uno dei più grandi enigmi e ancora conosciuti dell’America, e sono molti i motivi per cui la Waffle Rock è considerata un mistero.
L’intricata rete di motivi geometrici è talmente regolare che risulta difficile credere che si tratti di un fenomeno naturale.
Se non si tratta di una struttura naturale, vorrebbe dire che la sua origine è da attribuire ad una civiltà antica in possesso di una sofisticata tecnologia sconosciuta.
Alcuni addirittura credono che la roccia mostri chiaramente i segni provocati da un’intensa radiazione lasciata dallo scavo di un velivolo spaziale atterrato sulla Terra eoni fa, o forse più recentemente. Fatto sta, che finchè non ci sarà una risposta definitiva all’enigma, ognuno potrà immaginare la causa preferita.
La Waffle Rock si trova in Virgine, Stati Uniti, sulle sponde occidentali del Jennings Randolph Lake, posizionato sul piazzale di accesso dell’osservatorio del lago. Il Jennings Randolph Lake è un bacino artificiale completato nel 1981 dall’U.S. Army Corps of Engineers come riserva d’emergenza d’acqua per la città di Washington, capitale degli Stati Uniti.
La scoperta della roccia risale al 1984, riportata in un articolo della rivista Saturday Evening Post. La roccia venne soprannominata “waffle” a causa dello sconcertante motivo geometrico, molto simile ai segni lasciati dalla griglia utilizzata per cuocere le famose cialde, i waffle, appunto.
Originariamente il masso era completamente interrato, ma durante la realizzazione del lago si decise di innalzarne una parte per consentirne l’osservazione. Un piccolo pezzo della stessa roccia è anche in mostra presso l’Istituto Smithsonian di Storia Naturale di Washington.

Nel corso degli anni, l’origine della Waffle Rock è stata oggetto di numerose teorie. Le speculazioni spaziano della traccia fossile della pelle di un rettile gigante, alla prova di viaggiatori spaziali in visita sulla Terra.
Altri, soprattutto nella comunità scientifica, ritengono che la roccia sia una formazione geologica naturale. Tuttavia, ammettono che tali formazioni sono piuttosto rare. L’unica altra roccia conosciuta modellata in modo simile si trova sul lato orientale della Tea Creek Mountain, in Pocahontas County, West Virginia,
All’indomani della scoperta, dopo una prima analisi, il colonnello Martin W. Walsh Jr., del Corps of Engineers Commander, concluse che la roccia fosse di origine naturale, come riporta l’articolo del Saturday Evening Post del dicembre 1984. Egli ipotizzo che la sabbia depositata dai torrenti si fosse consolidata nelle curiose “pieghe” durante l’orogenesi dei monti Appalachi, avvenuta circa 300 milioni di anni fa.
Durante questo enorme sconvolgimento, la roccia si frantumò in uno schema regolare, indicato come “articolazioni”, imprimendo nei sedimenti il modello a “cialda”. Successivamente, il quarzo si mescolò con i depositi negli interstizi, producendo una malta resistente agli agenti atmosferici. Con il passare del tempo, gli agenti atmosferici provocarono l’erosione della roccia racchiusa negli interstizi, lasciando il caratteristico schema a forma di waffle.
Non fa una piega. I critici della teoria, infatti, non discutono il processo che ha prodotto la griglia, ma si chiedono se la frantumazione della roccia possa acquisire naturalmente uno schema tanto preciso e ripetitivo.
Alcuni ricercatori hanno proposto l’idea che campi magnetici possano aver contribuito a formare i motivi geometrici della Waffle Rock: una tempesta elettromagnetica potrebbe aver influenzato lo schema al momento della sua creazione.
Tuttavia, queste sono solo speculazioni. La verità è che la scienza non è ancora in grado di spiegare l’origine della Waffle Rock.
Per questo motivo, secondo i ricercatori più esotici, la possibilità che la roccia non sia di origine naturale non può essere respinta con certezza. Ma se così fosse, quali strumenti o macchinari sarebbero stati utilizzati per creare tali modelli così incredibilmente perfetti?
I teorici degli Antichi Astronauti ritengono che possa essere il segno lasciato da un veicolo spaziale in visita sulla Terra milioni di anni fa. Gli storici alternativi, invece, ritengono che il reticolato sia la vestigia si una civiltà sconosciuta che viveva sul nostro pianeta in tempi remotissimi, in possesso di tecnologie sofisticate per noi inimmaginabili.
Insomma, è una bizzarra creazione di Madre Natura, un segno lasciato da viaggiatori extraterrestri o il residuo di una civiltà avanzata perdutasi nella notte dei tempi? Il verdetto non è ancora stato emanato… ciascuno giudichi da sé, fino a prova contraria

Fonte: http://www.nibiru2012.it/

sabato 24 maggio 2014

“Enigmalith”: una roccia con una presa elettrica di 100 mila anni fa

Nel 1998, un ingegnere elettronico di nome John J. Williams fece una scoperta singolare: vide affiorare dal terreno un piccolo oggetto che sembrava essere una presa elettrica a tre poli. Dopo aver iniziato a scavare, si rese conto che questa era fusa in una piccola roccia.


Williams affermò di aver trovato la strana pietra, durante un viaggio in una zona rurale del Nord America, in un luogo lontano da insediamenti umani, complessi industriali, aeroporti, fabbriche, centrali elettriche ecc. ma rifiutò di fornire la posizione esatta del ritrovamento, per paura che orde di curiosi potessero iniziare a visitare il sito e a saccheggiarlo da altre possibili reliquie misteriose, che potevano verosimilmente trovarsi ancora nel luogo. Questo atteggiamento di Williams tuttavia minò parzialmente la credibilità della sua scoperta. Conosciuto come “Enigmalith” (una combinazione della parola ‘enigma’ con ‘lith’, che in greco significa ‘pietra’), il dispositivo ha l’aspetto innegabile di un moderno componente elettrico, incorporato in un solido granito composto da quarzo e feldspato. Il suo prezzo stimato è di 500.000 dollari, ma molti esponenti della comunità scientifica hanno classificato l’Enigmalith come una bufala prodotta dall’ingegnere, al solo scopo di lucrarci. Nonostante le critiche, Williams ha più volte sottolineato la natura insolita del monolite, offrendolo per un’analisi scientifica completa, ma nessun scienziato ha ancora preso in considerazione la possibilità di analizzare la roccia. Ciò che sembra evidente è che il componente elettrico incorporato nel granito, non mostra alcuna traccia di saldatura o incollaggio, e quindi pare che la presunta ‘presa’ esistesse già al momento della formazione della roccia.

Inoltre, un’analisi geologica ha rivelato che la roccia ha circa 100.000 anni,ingarbugliando così non
poco le nostre conoscenze riguardanti la storia dell’evoluzione umana e del suo sviluppo tecnologico in tempi remoti. Alcuni hanno paragonato l’oggetto incorporato nella roccia, ad un connettore XLR. Esso ha inoltre una debole attrazione magnetica e la lega di cui sono costituiti i tre poli è, attualmente, di origine sconosciuta, mentre la base (circa 0,8 cm di diametro), non sembra essere di legno, plastica, gomma, metallo o altro materiale riconoscibile.

Williams non ha permesso la rottura della roccia, al fine di osservarne l’interno, ma ha acconsentito che venissero utilizzati i raggi X, i quali hanno mostrato che il connettore è collegato ad una struttura interna che si estende nella pietra opaca. Una struttura coerente con un “circuito aperto” che però non è collegato a nulla, quindi, di cosa si tratta e a cosa serviva questa specie di presa?

Alcuni ricercatori hanno suggerito che la presa possa essere un antico manufatto, rimasto semplicemente intrappolato nella roccia mentre questa si andava formando, e che esso sia rimasto relativamente indenne al processo. Mentre gli scettici, senza nemmeno preoccuparsi di analizzare l’oggetto, ritengono che si tratti di un falso.Williams però è convinto di aver scoperto un manufatto di tecnologia alienaed è desideroso di confermarne, attraverso la scienza ufficiale, l’autenticità. L’unica condizione che egli pone, è quella di poter essere presente durante i test e di mantenere la roccia intatta.
Alcune persone inoltre sostengono che gli scienziati vogliano prendere le distanze dal campione, perché temono ciò che potrebbero scoprire. Infatti, la conferma dell’autenticità del manufatto, manderebbe in crisi le nostre teorie relative all’evoluzione del genere umano, ponendo degli interrogativi inquietanti riguardo il nostro vero passato e il livello di tecnologia raggiunto da antiche civiltà, di cui nulla si sa e di cui molti nulla vorrebbero sapere.
Williams ritiene che la scoperta dell’Enigmalith potrebbe quindi fornire un’inconfutabile prova di queste teorie o di altre che parlano addirittura di antichi astronauti alieni venuti sul nostro pianeta, con lo scopo preciso di influenzare lo sviluppo evolutivo e tecnologico della nostra specie.

giovedì 22 maggio 2014

Reperti Maya

Questi sono alcuni dei reperti maya che il governo messicano ha reso pubblici( in realtà li aveva già resi pubblici circa nel 1960), voi cosa ne pensate ?

























mercoledì 21 maggio 2014

UN MISTERO DAL PASSATO: LA PIETRA DI INGÁ RACCONTA LA DISTRUZIONE DI ATLANTIDE?

La “Pedra do Ingá” è un monumento archeologico nello stato nordorientale di Paraíba, in Brasile, posto nel mezzo del fiume Ingá. Si tratta di una composizione di pietre di basalto che formano una superficie di circa 250 m² completamente ricoperta di simboli non ancora decifrati. La maggior parte dei glifi sembrano rappresentare animali, frutta, esseri umani, costellazioni e galassie, mentre altri simboli sono del tutto irriconoscibili. Chi ha inciso la Pietra di Ingá? Perchè? Ma, soprattutto, cosa rappresentano quei simboli?

È un lungo masso orizzontale ricoperto di misteriosi simboli e notevoli formazioni geometriche.Gli indigeni Tupi che vivevano in questa zona la chiamavano “Itacoatiara”, che nella loro lingua significava semplicemente “la pietra”. È lunga 26 metri e alta 4 e si trova nel bel mezzo del fiume Ingá, nei pressi dell’omonima cittadina a circa 96 km da João Pessoa, nello stato di Paraíba, a nordest del Brasile. Il monolite di Ingá è completamente inciso con simboli e figure in bassorilievo che sembrano rappresentare animali, frutta, esseri umani e costellazioni come Orione e galassie come la Via Lattea. Altri simboli, invece, sono del tutto irriconoscibili.Chi ha scolpito questo antico monolite ? Cosa voleva descrivere o significare? E’ possibile che i glifi incisi sulla roccia rappresentano un’antica lingua terrestre sconosciuta? Nonostante l’interessamento degli archeologi, ad oggi la Pietra di Ingá rimane ancora un enigma. Sono state avanzate molte teorie sull’origine e il significato dei misteriosi simboli, ma finora nessuno studioso è stato in grado di risolvere il mistero di Ingá. Alcuni studiosi credono che si tratta di antichi simboli sacri scolpiti da antiche culture sudamericane; altri hanno ipotizzato che rappresenti la scrittura utilizzata da una antica civiltà sconosciuta che ha abitato la regione; altri, infine, spingendosi in ipotesi più eretiche, propongono addirittura che si tratti di un messaggio in codice lasciato da una civiltà extraterrestre.In totale, la roccia conta circa 450 glifi. La questione è capire se quanto inciso sul monolite sia un’antica lingua. La maggior parte delle figure, infatti, sembra a prima vista astratta, ma i ricercatori ritengono che la Pietra di Ingá nasconda un antico messaggio cifrato. Il problema principale è che mancano paralleli su cui operare un confronto ed eventualmente tentare una traduzione.
Il ricercatore italo-brasiliano Gabriele D’Annunzio Baraldi, grande studioso di lingue antiche che ha trascorso buona parte della sua vita allo studio della Pietra di Ingá, sostiene che i glifi di Ingá sono simili in forma e dimensione a quelli delle culture mesopotamiche primordiali.
Per di più, a suo parere, la lingua Tupi – Guarani, parlata da molti gruppi etnici sudamericani, sembra avere una lontana origine comune con la lingua ittita, antico popolo indoeuropeo fiorito in Anatolia 3800 anni fa.
Come è possibile che due culture tanto lontane possano aver condiviso la comune origine del linguaggio e della scrittura? Baraldi trova in questa comunanza una prova dell’esistenza di una grande civiltà globale esistita più di 10 mila anni, nota più comunemente con il nome di Atlantide.
D’annunzio Baraldi, ricercatore indipendente e esploratore, è infatti considerato uno degli ultimi grandi atlantologi. Nella sua visione, alcuni gruppi umani originari del mitico continente sarebbero sopravvissuti alla catastrofico cataclisma avvenuto nel 9500 a.C., dirigendosi verso est, in Europa, e verso sud-ovest, in Brasile. Baraldi sostiene che i glifi della Pietra di Ingá raccontino proprio della grande catastrofe globale che causo la distruzione della civiltà atlantidea.
Se la tesi di Baraldi è corretta, significa che la Pietra di Ingá rappresenta un messaggio che gli antichi superstiti di Atlantide vollero lasciare ai posteri, come memoria del passato e come monito per il futuro. E ciò significa che non possono essere stati i nativi americani ad incidere i glifi sul monolite.
La scrittura dell’Isola di Pasqua
A sostegno dell’ipotesi atlantidea ci sarebbe la somiglianza dei glifi della Pietra di Ingá con la scrittura utilizzata dagli antichi abitanti della remota Isola di Pasqua, il Rongorongo. L’Isola di Pasqua (in lingua nativa Rapa Nui, letteralmente “grande isola/roccia”) si trova nell’Oceano Pacifico meridionale.
Si tratta di una scrittura con andamento bustrofedico e che, al momento, è stata solo parzialmente decifrata. L’isola di Pasqua è l’unica nell’area del Sud Pacifico ad aver sviluppato nella propria storia una scrittura propria. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare non si tratta di una scrittura che utilizza geroglifici. La scrittura rongorongo non fu mai decifrata completamente e per molti decenni rimase incompresa.
Fu quindi solo grazie agli studi condotti dal tedesco Thomas Barthel e alla scoperta di una tavoletta che riportava un calendario lunare (oggi conservata nell’archivio dei SS Cuori a Grottaferrata nei pressi di Roma), la cosiddetta tavoletta Mamari, che si poté parzialmente decifrare alcuni simboli. Al momento (2009) in tutto il mondo esistono soltanto 26 tavolette, in buone condizioni ed autentiche al di là di ogni dubbio, scritte in rongorongo.

Alcuni intravedono una forte somiglianza tra l’alfabeto rongorongo e i simboli della Pietra di Ingá. È possibile che questa somiglianza avvalori l’ipotesi che gli abitanti primordiali del Brasile, della Mesopotamia e dell’Isola di Rapa Nui discendessero tutti da un’unica cultura globale spazzata via da un cataclisma?
La Pietra di Ingá rimane uno dei reperti archeologici più importanti degli ultimi tempi e il suo studio, e la sua eventuale traduzione, potrebbero svelare un passato molto diverso del nostro pianeta, raccontandoci di un tempo in cui i nostri antenati vivevano in un grande villaggio globale chiamato Atlantide.